Entrato nell’età industriale, il Giappone aveva scarse risorse interne (materie prime o mercati che fossero) e, guidato anche dal timore di essere minacciato dalle potenze occidentali (soprattutto l’Impero russo), intraprese due conflitti decisivi. La prima guerra sino-giapponese (1894-1895) fruttò una lauta indennità e l’isola di Formosa, ma al contempo scatenò preoccupazioni nelle potenze europee circa la debolezza della Cina e la sorprendente trasformazione del Giappone. In particolare i rapporti con la Russia, insediatasi in Manciuria, peggiorarono al punto che Tokyo mosse guerra all’Impero zarista (1904-1905). Dopo la sanguinosa battaglia di Mukden e la grande vittoria a Tsushima fu firmata la pace: per la prima volta una nazione asiatica aveva vinto una potenza europea.
Il Giappone, pur finanziariamente stremato, annetté metà dell’isola di Sachalin e incorporò la concessione del Kwantung ex-russa; nel 1910 poté intervenire senza remore in Corea e la ridusse a colonia, quindi nel 1911 i trattati ineguali furono rimpiazzati da accordi paritari. Quattro anni più tardi l’Impero giapponese intervenne nella prima guerra mondiale e conquistò rapidamente tutti i possedimenti tedeschi a nord dell’equatore (Tsingtao, isole Caroline, isole Marianne, eccetto Guam statunitense, isole Marshall); alla conferenza di pace del 1919 si vide riconosciuti gli arcipelaghi nella forma di un Mandato del Pacifico meridionale concesso dalla Società delle Nazioni, inedita assemblea internazionale della quale il Giappone fu cofondatore assieme alle grandi potenze di allora. In appena vent’anni era riuscito a entrare nel consesso degli Stati più influenti e a ritagliarsi un proprio impero coloniale.[33]






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