Si ritiene che i primi esseri umani, homo sapiens o addirittura erectus, siano arrivati in Giappone circa 200 000 anni fa attraverso istmi che anticamente collegavano le isole al continente. Si trattava di famiglie allargate (100-150 persone) di cacciatori-raccoglitori, che vivevano in rifugi artificiali provvisori (più raramente nelle caverne) e prediligevano la costa e le pianure; i resti scheletrici sinora scoperti, comunque, sono stati datati al massimo a 17 000 anni fa.
Uno stile di vita più sedentario e un inizio di civiltà sono stati fatti risalire al 13 000 a.C., quando comparvero vasi in ceramica caratterizzati da una decorazione a cordicella (jōmon) da cui il nome dell’omonimo periodo.[11] Forme di agricoltura primitiva sono attestate dal 4000 a.C. nell’isola di Hokkaidō e nella porzione occidentale del paese (ma il riso arrivò solo intorno al 1000 a.C.) e fece loro eco la nascita di villaggi semi-permanenti, spesso sul litorale; comparvero anche tessuti di canapa (circa 5000 a.C.), si consolidarono le tecnologie per la caccia e cominciarono ad articolarsi i primi culti religiosi intrisi di sciamanesimo e di adorazione del soprannaturale.[12]
I dati anatomici desunti dagli scheletri e le scoperte archeologiche dimostrano l’esistenza di un “popolo Jōmon” distinto, forse di origini mongoliche, e hanno provato che da esso discesero gli Ainu, veri indigeni giapponesi ma riconosciuti come tali solo nel 1997.[13] L’era Jōmon terminò attorno al 400 a.C., a causa di una probabile invasione o migrazione di massa del popolo Yayoi: si trattava di genti più alte rispetto ai Jōmon, che facevano uso di armi in bronzo e ferro, coltivavano quasi esclusivamente riso e avevano una cultura diversa; si diffusero dalle propaggini sud-occidentali fino all’intero Honshū, mentre l’isola di Hokkaidō rimase impermeabile almeno sino all’VIII secolo d.C., inizio di quella sentita differenza tra giapponesi “veri” (cioè discendenti dagli Yayoi) e Ainu, viva ancor oggi.





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